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Album dell’anno: I BTS trascendono le barriere linguistiche e culturali con “Love Yourself: Tear”

Con l’intento di parlare alla loro generazione in maniera diretta, il gruppo coreano crea musica che sarebbe meglio descrivere come “prendersi cura di sé”.

“Ho perso me stesso o ho guadagnato te?” canticchia un cantante, il suo timbro arioso che aleggia su una melodia liscia come il fumo che sale dalla brace. La frase è un bellissimo enigma, non molto diversa dagli artisti che ci sono alle sue spalle.

Quest’anno si è parlato un sacco del gruppo coreano BTS, dei loro fan appassionati (conosciuti cone ARMY) e dei loro successi senza precedenti sulle charts statunitensi, ma non si è prestata abbastanza attenzione alla loro musica -uno stupefacente catalogo di canzoni che attraversano un mix di generi musicali, alcune auto-prodotte, tutte cantate quasi interamente in coreano. Sin dal loro debutto nel 2013, i sette membri – RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jungkook- sono stati aperti sulle loro difficoltà personali, incanalando spesso le loro paure e le loro ansie nella musica, con la speranza di far stare meglio chi aveva più bisogno di sentirla.

Con l’intento di parlare alla loro generazione in maniera diretta, il settetto crea musica che sarebbe meglio descrivere come “prendersi cura di sé”, dal pop con hook accattivanti, all’R&B giocoso, all’hip hop puro e gli inni da stadio dal sentimento malinconico. Tutto questo si nota al meglio nel loro album determinante del 2018, Love Yourself – Tear, un lavoro prismatico con le radici che affondano nel profondo senso di perdita e nella riflessione personale.

Il secondo capitolo della trilogia “Love Yourself”, iniziata l’anno scorso con Love Yourself: Her e conclusa ad agosto con il compilation album “Love Yourself: Answer”, è il più vulnerabile del gruppo, come lo sono molti capitoli centrali. In Her, i BTS hanno intessuto una narrativa sull’amore e l’innocenza che, in Tear, comincia a disgregarsi mentre si fanno largo il dubbio e il dolore.

L’album si apre con “Singularity”, una canzone solista che ritrae il vocalist V dubitare della maschera che indossa  per nascondere i suoi sentimenti reali.  “Anche nei miei sogni momentanei, le illusioni che mi torturano sono sempre le stesse” canta “Ho perso me stesso o ho guadagnato te?”. Nel frattempo l’inneggiante singolo principale di Tear, “Fake Love”, co-scritta e co-prodotta dal leader e rapper RM, riflette sul senso di vuoto nel dare così tanto di te stesso a qualcuno o a qualcosa solo per poi perdersi durante il processo. In “Paradise”, una traccia R&B di spicco, co-scritta dall’artista inglese MNEK, i BTS chiedono ai loro ascoltatori di “smettere di correre senza senso amico mio” e di vivere il momento. “Va bene anche se non hai un sogno” canta Jungkook “Se hai degli momenti in cui puoi sentirti felice per un po’”.

Questi messaggi trascendono la lingua. Sono dolori e problemi in cui tutti possono rivedersi indipendentemente dal luogo di provenienza, e i BTS aiutano a vederli in prospettiva. Ecco perché, ad Ottobre, 40.000 fan euforici -di diverso sesso, etnia ed età- hanno riempito il Citi Field di New York la notte dello storico concerto dei BTS in questo stadio, con lo stesso sentimento di speranza.

Ovviamente, analizzare Tear attraverso le sue 11 canzoni sembra incompleto. L’impatto visivo è una parte integrante del Kpop. i BTS, in particolare, hanno costruito delle storie dalla trama meticolosa che fondono la loro estetica (come quella di Tear, che ha appena ricevuto una nomination ai Grammys per miglior confezione di un album) con il messaggio della loro musica. Il rapper Suga l’ha spiegato brillantemente quando ha descritto il K-pop non come un genere, ma come un insieme di contenuti integrati. “Il K-pop non include solo la musica, ma i vestiti, il trucco, le coreografie” ha detto a Settembre. “Tutti questi elementi si amalgamano insieme in un pacchetto di contenuti visivi ed uditivi che lo differenziano dal resto della musica o dei  generi.”

Prendiamo ad esempio “Airplane Pt.2”, una canzone infusa di ritmo latino, scritta assieme ad Ali Tamposi, che ha anche passato la sua penna su “Havana” di Camila Cabello. La canzone in sé è accattivante e moderna, un’analogia sognante della vita della pop star. Ma vederne la performance live dei BTS significa vedere sette idol perfettamente in controllo delle loro doti artistiche, dove ogni minimo movimento è parte di una storia più grande. Per molti versi è più di un album, è un pacchetto completo a 360 gradi.

Con Love Yourself: Tear, i BTS si sono cementificati come uno dei più vitali artisti nella musica pop di oggi, e l’hanno realizzato senza scendere a compromessi su chi sono come artisti e performers coreani cercando, al contempo, di promuovere quel tipo di empatia che non si vede molto al centro della scena pop odierna.

Quindi è giunto il momento di smettere di riferirci ai BTS come dei “fenomeni”, un termine effimero che spesso diamo alle cose che non riusciamo a spiegarci. Il loro successo non è così difficile da comprendere: uniscono le persone. Il processo di amare sé stessi è un viaggio che non ha mai fine, ma attraverso la musica e i momenti di connessione -creati online o di persona- ti ricordano che non devi affrontarlo da solo e che i tuoi difetti non ti definiscono. Facendo questo, i BTS accolgono i loro fan esattamente come i loro fan accolgono loro.

Come ha detto una volta RM: “Per favore usatemi, usate i BTS per amare voi stessi.”

Traduzione italiana a cura di Bangtan Sonyeondan – BTS Italia (©Fab)
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Fonte: MTV